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7 marzo 2006

Paola Saluzzi: la TV, la fede

di Jarek Cielecki - Mattia Bianchi di korazym.org

 "Ho avuto da bambina la grandissima fortuna di non dover cercare la fede ma di riceverla in dono da mia madre. Per fortuna, perché quando ricevi qualcosa di così grande, di così importante per la formazione, è come se fosse un albero. Quando il tuo fusto cresce bello dritto dall’inizio, quando la terra nella quale il seme viene piantato è una terra molto buona, il vedere poi un albero rigoglioso è quasi una operazione automatica, aritmetica. Mia mamma mia ha passato, a me e a mia sorella, questo grande amore per la fede in Dio, questa gestione del rapporto con i Santi, con la preghiera, come se fosse qualcosa di familiare". Inizia così l’incontro di Korazym.org e Vatican Service News con la conduttrice e giornalista Paola Saluzzi.


Nata a Roma il 21 maggio 1964, un passato in Rai come conduttrice di programmi di successo, oggi Paola Saluzzi è alla guida di Novecento controluce, programma di Sat2000, un’idea nata dopo la sua partecipazione come conduttrice degli eventi italiani della GMG di Colonia.

Paola Saluzzi è tanto bella da toglierti il respiro, è talmente brava da ipnotizzarti. Arriva in studio e, in un istante, con i suoi movimenti, con il suo sguardo magnetico, si impadronisce dello spazio, degli sguardi di tutti, dell’attenzione. Non legge nessun "gobbo", ha una marcia in più. La sua vera professionalità colpisce il pubblico. Il suo carattere è pacato e discreto, ma sa essere anche sensuale ed intrigante.

La televisione e i valori. Qual è l’idea di televisione in cui crede?

Paola Saluzzi: "Bisogna combattere per eliminare i valori sbagliati che la televisione sta proponendo e riportare i valori giusti. Non si spiega perché due milioni di ragazzi, per dire una cifra, abbiano potuto riempire la spianata di Tor Vergata nella notte di agosto nel 2000 per la Giornata Mondiale della Gioventù; non si spiega perché tanta gente sia pronta nel momento in cui Roberto Benigni legge un Canto del Paradiso a mettersi davanti la televisione e seguire. La televisione può e deve essere portatrice di valori. La televisione deve essere televisione che denuncia l’assenza di valori, che denuncia la fame nel mondo, la schiavitù, i problemi. Non deve essere un mondo che assomiglia sempre più al mondo dei balocchi di Pinocchio. Il problema è che la mattina dopo ci svegliamo tutti somari! Tutti! E non c’è più la possibilità di tornare indietro".



Un modello simile non comporta anche dei rischi?

Paola Saluzzi: "Fintanto che la televisione parla e racconta la guerra, gli orrori del mondo, può non essere facilmente digeribile eppure ha una sua virtù, un suo punto di giustizia quel tipo di informazione. Il problema è quando la televisione commercializza e fa entrare nelle case delle persone un finto mondo di benessere, un mondo dove esprimere un desiderio e scrivere una letterina ad una redazione e vedere il desiderio realizzato in prima serata al solo scopo di registrare il maggiore audience in ragione di quante lacrime piangerà il protagonista che ha scritto la lettera, questa è falsità! Questo è proporre un mondo fasullo!"

Può la fede trovare spazio in TV?

Paola Saluzzi: "In televisione non c’è più spazio per le prediche perché c’è spazio solo per la stupidità, per la leggerezza intesa come assenza di qualcosa di pesante. Se si nominasse di più Gesù Cristo, se si nominasse di più chi lavora per Gesù Cristo, io sono convinta che le cose andrebbero meglio! Non si spiega diversamente per quale motivo a 27 anni di pontificato e all’avvicinarsi, ahimè inesorabile, alla vecchiaia e alla morte di Giovanni Paolo II, corrispondesse un aumento di giovani che andassero a seguire questo vecchio, malato, quest’uomo che non parlava più. Eppure più lui parlava poco, più aumentavano i giovani che lo seguivano. Ogni volta che appare l’immagine di Giovanni Paolo II, in un video qualsiasi, la gente scoppia in un applauso, per non contare le lacrime, quelle vere, che si continuano a piangere su questo papa".

Lei ha avuto la possibilità di incontrare papa Wojtyla. Che ricordo ha?

Paola Saluzzi: "L’incontro con Giovanni Paolo II avvenne nella mia parrocchia. Era gennaio e faceva un freddo tremendo. Il papa arrivò alle 2 o le 3 del pomeriggio ed io e mia sorella eravamo alla transenna dalle 10.30. Mi ricordo questa transenna nello stomaco. Un ricordo fisico che mi porto dietro. E ricordo il parroco che ci disse: ‘Mi raccomando, quando arriva il papa dovete baciargli l’anello. Mi raccomando, educati, etc.’. Arriva dal fondo questa macchina e si ripete la scena di questo papa che sta in piedi. E mi ricordo che aveva le guance rosse dal freddo ed aveva questa pelle bianca. Ricordo i colori delicati. Inizia a passare dal fondo dando la mano a tutti i bambini. Io e mia sorella ci siamo guardate pensando che il parroco ci aveva detto di baciargli l’anello. Poi ce lo siamo trovate davanti, così, come sto davanti lei in questo momento, ed io gli ho stretto forte la mano e gli ho detto: ‘Santità, che Dio la benedica’, perché non sapevo che cosa dirgli, francamente. Ora sa che cosa ha fatto il papa? Ha tolto la mano e mi ha detto: ‘Questo di solito lo dico io!’. Ora si metta nei miei panni. Sorrideva fin qua, divertito. Io avevo quest’uomo a venti centimetri dalla faccia che mi dice: ‘Questo di solito lo dico io’. Quindi, una rapidità di reazione alla battuta ed una capacità di ascoltare, perché non è che parlassimo così come parlo con lei, c’erano le urla della gente dietro. Da quel momento in poi tu sei il suo soldato, ti potrà chiedere di andare a prendere l’acqua in cima alla montagna con un bicchiere e tu ci vai".



Parliamo del suo lavoro. Come sta andando l’esperienza a Sat2000?

Paola Saluzzi: "Sto lavorando benissimo. Da settembre scorso sono stata chiamata per fare una trasmissione che va in onda il lunedì sera e che si chiama Novecento controluce. È un mio programma e questo mi onora ancor di più, anche se in realtà è un programma di gruppo. Sono incontri con grandi vecchi italiani, grandi personalità che hanno fatto grande il nostro paese".

Come mai non ha più lavorato in Rai?

Paola Saluzzi: "Io non lavoro più in Rai anche se ora spero e conto sul buon modo di essere del nuovo direttore generale Meocci, perché con la passata gestione ad un certo punto non ho più potuto fare Uno mattina. Purtroppo, non siamo i proprietari dei programmi. Poi, mi hanno proposto di fare la concorrente ai reality show. La concorrente significa che ci serve un nome e quindi tu vai su un’isola, come vai in un ristorante. Ed io la prima volta ho detto di no e sono stata sospesa, anche se ancora sotto contratto, per un anno, la seconda volta con la stessa proposta ho detto ancora di no. Io credo alla dignità del lavoro, non credo al ‘faccianismo’ televisivo, cioè ‘Io ci sono perché ho messo la faccia’. E credo che non si possano tradire i propri ideali di lavoro. Io sono una persona che fa TV di servizio, sono una persona che ama chiacchierare così come faccio con lei, una persona che ama essere al servizio degli altri. Poi se metto l’abito da sera per uno o due eventi mi sta benissimo ma mi piace questo modo di essere, non vado a litigare apposta, a tirarmi le pietre in costume da bagno o senza costume da bagno, a fare la ‘piazzata’ per far parte di quella televisione piena di assenza di valori. Piena di assenza è un controsenso, ma insomma, assolutamente vuota di cui parlavamo poco fa. E questo ha provocato il mio totale allontanamento, come si dice in gergo militare ‘Stai punita’. E sono stata punita, mi è costato tanto, soprattutto a livello di ingiustizia che si prova dentro".

Per fortuna si è aperta l’opportunità di Sat2000 …

Paola Saluzzi: "Guarda caso dopo Colonia, dove sono stata per un evento molto bello dedicato agli italiani, ai ragazzi italiani, mi hanno chiamato a Sat2000 ed io posso dirle che se un domani, come spero, potrò riprendere un lavoro sulla Rai, il lavoro su Sat2000 spero di non lasciarlo mai".


I cenni biografici


Paola Saluzzi, giornalista, professionista e nota conduttrice TV, nasce a Roma il 21 maggio 1964. Nel 1987 il suo debutto a Rai Uno, anno in cui entra nella redazione del programma di Sergio Zavoli Viaggio intorno all’uomo. Passa alla redazione sportiva di Telemontecarlo dove per tre anni conduce alcuni TG sportivi ed è inviata speciale per le Olimpiadi di Barcellona, l’America’s Cup e le Colombiani a bordo della nave Amerigo Vespucci. Giornalista professionista dal 6 ottobre 1993. Nell’anno successivo collabora con Retequattro in veste di opinionista per la moda, il cinema e lo sport seguendo il Giro d’Italia del 1997 e collaborando alla trasmissione Giorno per giorno, di Alessandro Cecchi Paone. Nelle edizioni del 1995 e 1996 è la bellissima e bravissima presentatrice e portavoce del Derby del cuore.



La padrona di casa di "Circeo Moda Mare",
Paola Saluzzi (Foto di E. Rossi, Gossip.it).


Torna in Rai nel 1997 come inviato per il programma Made in Italy. Nello stesso anno presenta il Premio De Sica, che si svolge a Positano sotto la direzione artistica di Mario Monicelli ed Emy De Sica e prende parte al film La via degli angeli di Pupi Avati. Nell’autunno del 1998, prosegue l’esperienza come attrice entrando nel cast della fiction italiana L’Ispettore Giusti, in onda su Canale 5. Interpreta il ruolo di Claudia Sartor, giornalista televisiva e fidanzata del protagonista della serie.


Nell’estate del 1998 passa alla trasmissione Rai Uno Mattina, programma che condurrà per ben 4 anni con Luca Giurato. Durante la sua conduzione, la trasmissione cresce passando da due a quattro ore di diretta e Paola Saluzzi è l’unica conduttrice nella storia del programma ad averlo firmato anche come autrice.



Paola Saluzzi per il mese di dicembre ha prestato la sua collaborazione per il Calendario dell’Esercito 2005, con una foto di Pino Settanni.


Sempre per Uno Mattina, nella stagione televisiva 2000-2001 è inviata in Kossovo e a Sarajevo per due puntate speciali in diretta per le Forze italiane di pace. Da sempre legata ad eventi istituzionali, ha condotto nel settembre del 2000 dal complesso del Vittoriano di Roma, il primo giorno di scuola, il saluto del presidente della repubblica Ciampi alle scolaresche italiane.



Paola Saluzzi giornalista sportiva.


Il 2 giugno 2001 ha condotto la manifestazione Premio Italiani nel Mondo, voluta dal ministro per gli italiani all’estero Mirko Tremaglia. Nel 2001 e 2002, viene chiamata a condurre Un mondo di Rai International, la lunga trasmissione in diretta per 36 ore, che segue i festeggiamenti di fine anno da parte delle varie comunità italiane nel mondo. In entrambe le edizioni, Paola conduce per 6 ore dalla mezzanotte di Roma alla mezzanotte di New York (primo capodanno dopo i tragici eventi dell’11 settembre). Sempre nel 2001 e 2002 ha commentato la diretta della parata del 2 giugno per Rai Uno e Rai Quirinale.



Paola Saluzzi sui giornali.


Nella stagione 2002-2003 conduce I fatti vostri di Michele Guardì per Rai Due. E riscuote grande successo la trasmissione di Rai International dedicata a Compiano, che conduce insieme a Gianfranco de Laurentiis. Compiano, dopo domenica 26 ottobre 2003, non è più tornato la stesso, solamente un poco conosciuto e incantevole borgo appenninico. È diventato, a pieno titolo, uno dei più bei posti del mondo. Questo grazie allo staff di Rai International, alla bravura di Paola Saluzzi e Gianfranco de Laurentis. E grazie soprattutto ai compianesi e ai loro amministratori. Sono riusciti con grande tenacia, con tanta volontà, con vero amore per la loro terra e la loro storia, a far rinascere un antico e affascinante luogo.



Con Paola Saluzzi, ospiti della trasmissione i compianesi, con il loro ormai storico sindaco, Graziano Bertani e Romeo Broglia, assessore della Provincia di Parma con delega per i rapporti internazionali.


Nel 2003-2004, su Rai Uno, ha condotto la trasmissione Linea Verde, un programma che ripercorre l’Italia riscoprendone gli itinerari e gli scorci più significativi.



Paola Saluzzi per Linea verde su Rai Uno a Castelmezzano, 11 marzo 2004.


Nel 2004 torna all’ambiente giornalistico sportivo conducendo La grande giostra dei gol, per Rai International, trasmissione nella quale ogni settimana ospita in studio un italiano che racconta la propria esperienza di vita fuori dai confini nazionali: storie destinate a far emergere le qualità professionali e umane dei nostri connazionali all’estero.



Avon Tour "In piazza per la vita". Un tour della prevenzione dedicato alle donne per celebrare i 10 anni di impegno sociale di Avon Cosmetis in Italia. Con l’occasione Paola Saluzzi ha moderato il 5 ottobre 2005 a Milano una Tavola Rotonda sul tema "Corporate Social Responsibility: nuove forme di collaborazione tra profit e no-profit". Dieci anni di impegno sociale in Italia sono un traguardo importante. Avon Tour "In piazza per la vita" era un’iniziativa di grande impegno sociale dedicata alle donne per la prevenzione del tumore al seno, realizzata in collaborazione con Europa Donna Forum Italiano, Istituto Europeo di Oncologia, Lega Italiana per la Lotta Contro i Tumori e con la partnership tecnica di General Electric Healthcare.




permalink | inviato da il 7/3/2006 alle 9:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 marzo 2006

La solitudine dei giovani. L’analisi del papa, la voce dei ragazzi

di Mattia Bianchi - korazym.org

Una gioventù che nelle discoteche “cerca di essere vicinissima”, in realtà soffre “di una grande solitudine e naturalmente anche di incomprensione”. Nel dialogo con i parroci romani che il papa ha avuto giovedì mattina in Vaticano, c’è stato spazio anche per i giovani. Rispondendo alla domanda di un sacerdote, Benedetto XVI ha toccato in profondità la questione del rapporto dei ragazzi con la famiglia e quindi dell'assenza del sentimento di appartenenza a una comunità di persone. “Mi sembra questo - ha spiegato - in un certo senso, espressione del fatto che i padri, in gran parte sono assenti dalla formazione della famiglia. Ma anche le madri devono lavorare fuori casa. La comunione tra loro è molto fragile. Ognuno vive il suo mondo: sono isole del pensiero, del sentimento, che non si uniscono. Il grande problema proprio di questo tempo, nel quale ognuno, volendo avere la vita per sé, la perde perché si isola e isola l'altro da sé, è di ritrovare la profonda comunione che alla fine può venire soltanto da un fondo comune a tutte le anime, dalla presenza divina che ci unisce tutti”.

“La gioventù si sente esposta a nuovi orizzonti non partecipati dalla generazione precedente – continua il papa - perché manca la continuità della visione del mondo, preso in una sequela sempre più rapida di nuove invenzioni”. “In dieci anni - ha aggiunto - si sono realizzati cambiamenti che in passato neppure in cento anni si erano verificati. Così si separano realmente mondi”. ''Penso - ha proseguito il papa - alla mia gioventù e all'ingenuità, se così posso dire, nella quale abbiamo vissuto, in una società del tutto agraria in confronto con la società di oggi”. Una situazione netta e chiara, di fronte al quale Benedetto XVI indica la strada dell’incontro con Cristo, “l'elemento permanente, ciò che non cambia, che dà senso”, anche ai legami tra le diverse generazioni.

Parole che, al di là delle opinioni e delle analisi sociologiche, mettono in luce un aspetto che non sempre viene affrontato. Ma esiste realmente un divario tra genitori e figli e una difficoltà di condivisione tra giovani e adulti? Fine a che punto le isole di pensiero e di sentimento rimangono distanti? Rispondere non è facile, anche perché ogni persona è un caso a sé; tuttavia, ci sono ambiti in cui la solitudine di una generazione emerge in modo chiaro. Si prenda l’esempio dei blog, veri e propri diari telematici scritti da persone di tutte le età, (in gran parte giovani), in cui trovano spazio interessi, hobby e gusti, ma anche frammenti di vita quotidiana da cui traspare un certo disagio e la fatica a comunicare ciò che si è e ciò che ci si aspetta (specie dalla generazione degli adulti).

Scrive Zanga, 18 anni, di Torino: “Volevo parlare di quello che la gente non dice; volevo parlare del modo diverso di percepire le cose che ognuno di noi ha; volevo parlare del perché siamo succubi di una società ostile, dove la vita ha meno valore dei soldi; volevo parlare di come la gente pensa in modo diverso, di come riesce a vivere in un mondo ladro di anime mantenendo una certà dignità e, a volte, indipendenza; volevo confrontare la mia esperienza con la vostra; volevo parlare con voi... ma invece mi avete sbattuto la porta in faccia!”.

Un senso di sconfitta, raccontato anche da Luca che punta il dito contro “lo skifo che lo circonda”. “Non ne posso più – scrive sul suo blog -  ci sono troppe persone squallide e troppo str… che in qualche modo fanno parte della mia vita: non posso fidarmi più di nessuno se non di me stesso”. Andrea, 22 anni, di Milano, parla invece di inadeguatezza e di rabbia “verso noi stessi e verso la realtà che ci circonda”. Nelle pagine virtuali della rete c’è spazio anche per un appello ai grandi: ”Aiutateci a capire cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo, - scrive un Anonimo - come possiamo comportarci sul campo, perché io so di avere probabilmente la possibilità di essere ascoltata di più dai giovani perché sono una di loro, ma non saprei come fare, dove busso con i miei discorsi mi trattano da cretina. Alle volte penso che noi giovani che siamo in fase di cambiamento siamo troppo piccoli per fare tutto questo, aiutateci voi a trovare la forza di non essere risucchiati dagli altri”. Una richiesta di aiuto, ma anche di collaborazione. Il dialogo tra generazioni è possibile: basta abbattere qualche muro….




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27 febbraio 2006

Etica e verità. La Lectio Magistralis di Joaquín Navarro-Valls

di Mattia Bianchi - korazym.org

L’etica come ancora di salvezza per il mondo dell’informazione, costretto sempre più a confrontarsi con logiche di mercato e di concorrenza. È il filo conduttore della Lectio Magistralis del direttore della Sala Stampa della Santa Sede,  dott. Joaquín Navarro-Valls, che venerdì mattina ha ricevuto una Laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione, all'Università "Suor Orsola Benincasa" di Napoli. "Riflessione intorno a etica e giornalismo", il titolo scelto da Navarro-Valls. "Si tratta di una riflessione molto accademica - ha detto - con alcune considerazioni sul tema della verità giornalistica e sull'atteggiamento che il giornalista deve tenere". Il testo integrale è stato pubblicato ieri da Il Mattino di Napoli, un fatto raro per gli scritti del direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Il testo integrale della Lectio Magistralis di Joaquín Navarro-Valls

La bibliografia pertinente al giornalismo è oggi straordinariamente vasta. E aumenta ogni giorno sia a livello accademico che nella saggistica extra accademica. Ma una ricerca nelle grandi biblioteche universitarie oppure pubbliche offre oggi un risultato sorprendente: il maggior numero di pubblicazioni sulla comunicazione si riferisce a temi che direttamente oppure indirettamente hanno a che vedere con l’etica del giornalismo, nelle sue diverse dimensioni di giornalismo scritto, televisivo, radiofonico e nel campo delle diverse specializzazioni della diffusione di informazioni e commenti in internet. Il secondo aspetto che emerge nella stessa ricerca è il fatto che una grande parte di quella bibliografia ha come autori giornalisti oppure studiosi del giornalismo, mentre il successivo raggruppamento di autori, in termini numerici, è costituito da specialisti che cercano di elaborare codici etici destinati ad associazioni professionali e grandi aziende dedicate all’elaborazione ed alla diffusione delle notizie. Questo risultato è di per sé eloquente. E lo è già anche prima di addentrarsi nelle analisi dei testi contenuti in questa bibliografia. Perché sembra significare che dal punto di vista della sua pratica, l’attività giornalistica pone oggi dei problemi etici di non semplice soluzione. Perché la considerazione etica è diventata la prima fonte di bibliografia riguardo alla professione giornalistica? E perché sono in gran parte studiosi e addirittura professionisti della comunicazione quelli che giudicano, frequentemente in toni critici, la dimensione etica della odierna attività giornalistica? Mi sembra che una prima risposta a queste due domande abbia a che fare con una pressante richiesta sia da parte degli operatori dell’industria mediatica sia dei fruitori di essa.



Era la fine di novembre del 1984. Fu una telefonata a dare la notizia che Navarro-Valls mai si sarebbe aspettato. "Il papa avrebbe deciso di affidarle la comunicazione della Santa Sede. Vorrebbe che lei riorganizzasse il settore". Un’attestazione di stima non indifferente, quella manifestata dal pontefice nei confronti di quell’uomo, laureato in Medicina prima e in Scienze della comunicazione poi.


I campi dove questa richiesta si manifesta sono molti. Per fare soltanto un esempio, si potrebbero menzionare i molti problemi che l’invadenza commerciale genera nel settore mediatico. Si ha la percezione che la commercializzazione dell’industria della notizia, cioè l’invasione delle «ragioni del mercato» nella raccolta e diffusione di notizie apra un grande spazio di rischio etico nel campo del giornalismo. È evidente che una sana economia è anche garanzia di indipendenza e di autonomia per l’industria dell’informazione. Ma il rischio appare in questo campo quando le «ragioni del mercato» si fanno non soltanto criterio di conduzione aziendale ma idea ispiratrice di lavoro nelle redazioni dei giornali e negli spazi informativi della televisione. Vale a dire, nei casi dove si stabilisce il primato assoluto del mercato negli ambiti della selezione, dell’elaborazione e della diffusione della notizia. Questa e altre realtà del giornalismo oggi pongono delle sfide etiche. Sfide di cui l’industria della comunicazione è ben cosciente. Ed in questa ottica si iscrivono i tentativi di trovare, a livello istituzionale, una risposta per superarle.

Una via è quella della catalogazione deontologica. Praticamente tutte le professioni socialmente configurate, si dotano di «codici etici» che regolano alcuni aspetti della pratica di quella professione. Anche molti organi di stampa, radio o televisione adottano dei codici etici vincolanti per giornalisti che in essi lavorano. Normalmente si tratta di un elenco di proposizioni normative che regolano l’attività del giornalista sia nella raccolta d’informazioni che nella sua elaborazione fino al momento che la notizia appare stampata sul giornale. La ragione ultima che spesso viene menzionata in questi documenti è la tutela dell’autorevolezza, indipendenza e prestigio del giornale in quanto mezzo di trasmissione di notizie. Così è scritto, per esempio, nel «Handbook of values and practices» del «New York Times». Con una estensione di una trentina di pagine ed un articolato di 154 norme questo documento impone a tutti i redattori del giornale una serie di regole di condotta che spaziano dal divieto di ricevere qualche dono da individui o aziende alla proibizione di partecipare in manifestazioni pubbliche di carattere politico o sindacale. Eppure nemmeno il «New York Times» è sfuggito negli ultimi anni a severi casi di violazioni etiche. In un livello completamento diverso, lo stesso giornale ha dovuto stampare nel 2004 - ultimo anno di cui ho dati ufficiali - 3.200 correzioni a errori contenuti in informazioni precedentemente pubblicate. La normativa deontologica sembra insufficiente come risposta alle domande di cui accennavo prima. Cercare una risposta a quelle domande ci porta necessariamente al di fuori dell’ambito delle scienze sociali in cui il giornalismo trova la sua collocazione accademica.



Joaquín Navarro-Valls, l’uomo ombra di papa Giovanni Paolo II, commosso in Sala Stampa della Santa Sede, nel giorno della morte del papa. Membro dell’Opus Dei, medico, giornalista, portavoce, diplomatico, consigliere, grande comunicatore, promotore editoriale del libro in assoluto più letto di Giovanni Paolo II "Varcare la soglia della speranza". Ha vissuto con papa Wojtyla i momenti più significativi del pontificato.


La domanda etica, in quanto interrogativo sul dovere si pone in un ambito superiore e diverso a quello delle scienze sociali poiché segue un itinerario metodologico diverso. Nella dinamica mediatica, così come in altri campi dell’attività umana, si assiste oggi allo stesso fenomeno: i valori etici hanno perso sia la loro evidenza sia la loro istanza vincolante. Non risulta chiara e meno ancora evidente la dimensione morale. Si assiste ad una opacità etica, un crepuscolo dove le ragioni della morale sembrano apparire in conflitto permanente con le ragioni della libertà e, quindi, con quelle dell’autorealizzazione personale. Inoltre, dicevo, i valori etici hanno anche perso la loro istanza vincolante. Quei valori hanno, sì, quasi intatta la loro attrazione, la loro capacità di entusiasmare ed addirittura di infervorare. Ma il fatto però che essi obblighino anche me e pure mi costringano e mi impegnino a conformare la mia attività professionale anche quando hanno effetti per me svantaggiosi, quando apparentemente mettono in pericolo la mia libertà e il mio cammino verso il successo, ciò semplicemente non sembra spesso «ragionevole». Ho la convinzione che queste difficoltà nell’assumere il vincolo etico ha una sua origine principale, cioè una percezione ambigua del rapporto esistenziale con il concetto di verità. Nel dibattito culturale odierno il concetto stesso di verità appare molto oscurato. Infatti la discussione sulla verità è scomparsa come tema e anche come oggetto del ragionare umano.

Culturalmente, il confronto sulla verità sembra decisamente antimoderno. Ma questa caratteristica non toglie a questo concetto il carattere di tema inevitabile soprattutto per chi ha scelto come proprio itinerario professionale quello della trasmissione di informazioni. E proprio su questo rapporto esistenziale, personale, di chi fa giornalismo con il concetto di verità vorrei proporre qualche considerazione che dovrà avere un necessario e deliberato sapore antropologico. Quando confrontandosi con il cosmo fisico e lo spazio Pascal scrive «Non devo chiedere la mia dignità allo spazio ma al retto uso del mio pensiero» sta ratificando il fatto che proprio nella capacità di conoscere, nell’atto stesso della conoscenza, l’uomo scopre la propria diversità nei riguardi di quanto di non umano l’uomo trova nel mondo. E attraverso di quell’atto di conoscenza lui si libera, si stacca dal cosmo fisico e degli oggetti ed esseri animati del mondo che costituiscono tutto il suo intorno. Quando seguendo sempre a Pascal ci viene detto che «l’uomo supera infinitamente l’uomo» afferma che l’essere umano è aperto alla verità delle cose e seguire questa verità - non creata da me ma da me riconosciuta e di cui sono testimone - mi apre la possibilità di trascendere me stesso. Per l’atto di conoscere l’uomo scopre con stupore la sua ineguaglianza con il resto degli esseri che lo circondano e nello stesso tempo inizia a camminare per una strada che lo porta ad andare oltre le richieste che gli presentano l’impulso dell’autoconservazione e l’interesse individuale, tendenze ambedue che inducono a convertire tutto e tutti i strumenti, in cose, al proprio servizio. Ma l’esercizio del pensiero che genera la conoscenza, è già il punto finale dell’autotrascendersi umano? Se così fosse, avremmo rinunciato a capire il tragico lamento di Ovidio quando nella sua Metamorfosi e a nome di noi tutti afferma: «Video meliora, proboque deteriora sequor». Conoscere la verità, riconoscerla, perfino ammirarla non basta. La verità richiede dell’essere un ulteriore atto che non appartiene già all’ambito del conoscere ma del volere. L’uomo di fronte alla verità conosciuta, la sposa in un atto che può avere origine soltanto nella sua libertà. E in questo scegliere liberamente la verità riconosciuta come tale e nell’essere ad essa fedele fino alla fine, l’uomo è fedele a se stesso, cioé alla propria identità. Infatti, l’essere umano scopre che guida e governa se stesso quando, senza smettere di essere se stesso, si lascia guidare e governare dalla verità. È in questa dialettica antropologica dove si indovina il problema delle proprie identità etnica: quel «dramma personale per eccellenza» come lo ha chiamato un autore contemporaneo dove si può assistere alla più tragica delle battaglie che può l’uomo intraprendere, cioé quella di negare, con la potenza della propria libertà la verità di lui stesso riconosciuta come tale.



Un curriculum lungo, fitto di incarichi: membro del consiglio direttivo e in seguito presidente dell'Associazione della Stampa Estera in Italia, fondatore e vicedirettore della rivista Diagonal di Barcellona, corrispondente di Nuestro Tiempo e del quotidiano madrileno ABC. Lunga la lista degli impegni diplomatici (membro della delegazione della Santa Sede alle conferenze internazionali dell’Onu al Cairo, Copenaghen, Pechino e Istanbul), dei riconoscimenti professionali, delle onorificenze.


Che succede in questo dramma con la verità e che succede con la persona - potrei anche dire, con il comunicatore - che dopo averla riconosciuta come tale in un suo atto conoscitivo con un atto della sua volontà la nega? La verità, naturalmente, rimane sempre verità. Ma chi acconsente liberamente a qualcosa che, come soggetto della conoscenza riconosce non vero, introduce liberamente in se stesso la disgregazione della propria autonomia e il principio della personale falsificazione. A partire da questa constatazione penso che si possa capire meglio il carattere normativo della verità. È normativa la verità non principalmente nella conduzione delle azioni del soggetto ma soprattutto perché e la realtà che porta l’individuo ad autogenerarsi come persona. L’itinerario che porta all’autenticità si riversa finalmente nell’atto per cui l’essere umano sceglie, volontariamente di dire un sì alla verità. Il disprezzo dunque della verità e disprezzo di se stesso. E sono padrone di me stesso nel momento in cui mi lascio governare dalla verità da me stesso conosciuta. Forse si potrebbe adesso trarre una conseguenza dal breve excursus antropologico fino a qui compiuto: la libertà, che troviamo in noi come meta da raggiunge, consiste nel fatto che noi stessi, con un atto di nostra scelta, possiamo affermare o negare proprio quella verità che noi stessi, nell’atto della nostra conoscenza, abbiamo conosciuto. Cioé non potrei affermare me stesso se non affermo con un atto di libera scelta la verità che la mai ragione ha conosciuto con un atto di conoscenza. Sarebbe adesso più che giustificato domandarsi se queste cose abbiano un qualche interesse nell’ambito delle Scienze della comunicazione e non soltanto in uno spazio accademico di antropologia filosofica.

In realtà la risposta dipende dall’idea che si ha del giornalismo in quanto processo di comunicazione e del giornalista in quanto persona umana protagonista di quel processo. Un operatore della comunicazione è sempre, e anche prima dell’atto di comunicare, un testimone. Quello che si testimonia è una esperienza personale conosciuta come vera. Ma se non esiste una esperienza non esiste nemmeno la possibilità di comunicare: il profeta della esperienza che non esiste, diventa soltanto profeta di se stesso. Naturalmente queste riflessioni non sono valide soltanto nel campo della comunicazione ed hanno anche un senso in qualsiasi altra attività umana. Ma il giornalista compie una funzione del tutto singolare: ha scelto come attività professionale quella di unire la relazione con la persona a cui comunica con la sua personale relazione con la verità da lui sperimentata. E non di rado si ha l’impressione che questo nesso non sia del tutto felice. Non è per tanto sorprendente che nelle molte domande etiche poste al giornalismo sia implicita la esigenza di tornare ad una testimonianza in cui sia immanente una esperienza di verità. Senza questa esperienza la comunicazione si fa autoreferenziale, tautologica, ripetizione di slogans e frasi vuote. La differenza tra propaganda e giornalismo sta soprattutto qui. Non è, certamente, funzione del giornalismo e quindi nemmeno del giornalista sostituirsi alla scoperta della verità che ognuno è orientato a compiere nella propria esistenza. Ma mi è inevitabile ricordare in questo momento quel grande testimone che fu Socrate quando ci fa vedere che qualcun altro ci può aiutare a vedere la realtà delle cose e, in questo modo, diventare l’ostetrico della nascita in noi della verità. Forse nell’assumere questa responsabilità sta la radice del comunicare libero cui il giornalismo annovera tra le sue pretese e le sue grandezze.




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